Parlare di dipendenze oggi è quantomai scontato, ma allo stesso tempo quasi un tabù.
Siamo tutti influenzati da dipendenze più o meno accettate socialmente, anche inconsapevolmente.
Come si fa a riconoscere se si è dipendenti da qualcosa? Qual’è il grado di dipendenza accettabile per me? e per gli altri?
E quali sono le dipendenze che fanno più paura, di cui si tende a non parlare e quali ci accompagnano amichevolmente nelle nostre giornate, come parte integrante della nostra vita lavorativa, affettiva e sociale?
La dipendenza è pericolosa? è qualcosa da cui occorre difendersi e proteggersi? oppure possiamo serenamente convivere con una dipendenza?… a patto che non venga considerata tale..?
“Ma parità dei sessi vuol dire che dobbiamo avercelo lungo tutti uguale?”
Woody Allen
Nel percorso di crescita e cambiamento che ognuno di noi affronta per l’intera durata della vita, si toccano molteplici aree tematiche su cui interrogarsi. Una di queste è la dimensione amorosa, affettiva, relazionale, che inevitabilmente è anche identitaria.
In alcune fasi della vita risulta essere ancora più complesso e destabilizzante collocarsi, non soltanto rispetto ad un rapporto autentico con se stessi, ma anche nei confronti delle appartenenze sociali.
La dimensione identitaria diventa anche scelta politica, nel senso più radicato sul piano etimologico, quando la propria posizione identitaria deve fare i conti con limiti e vincoli sociali rilevanti, che ne incanalano anche le scelte, le possibilità personali e professionali, all’interno di contesti sociali e geografici connotati in modo più o meno esplicito rispetto alle tematiche fondanti direzioni di vita e posizionamenti umani.
Interrogarsi sul proprio posto nel mondo è una domanda da giovani. Ci sono persone che possono o devono porsi questa domanda in diverse fasi della vita, a volte anche ripetutamente.
Non è facile prendere posizione rispetto alla propria identità profonda. Nè tantomeno rispetto a contesti sociali e famigliari infulenti e vincolanti.
Potersi permettere il tempo della domanda è già un lusso a cui non tutti accettano di andare incontro. Nel tempo per sè a volte si trova spazio anche per porsi domande difficili… le cui risposte possono richiedere anni.
La riflessione sarebbe di per sè sufficiente ed esaustiva, lasciando ampio spazio alla riflessione interiore, quel dialogo interno di cui parla Hanna Arendt, per essere in accordo e disaccordo con il proprio sè, nei diversi gradi di consapevolezza della propria dimensione di ascolto interno.
Molti di noi glorificano con parentesi importanti gli spazi-tempo del dialogo interiore, alla ricerca di una coerenza interna (ambizione faticosa e spesso limitante), o quantomeno di una accettabile direzione possibilmente in linea con l’immagine di sè compatibile con il proprio ideale.
Così sottoponiamo le nostre azioni, le nostre scelte e i nostri pensieri a filtri superegoici o letture dei possibili significati, per ritrovare quello senso di interezza e congruenza che ci fa sentire al posto giusto, in una rapida sociometria interiore tra posizioni reali e desiderata. Da questi continui ricollocamenti si aprono enormi squarci di dubbio e incertezza, ma fortunatamente anche utili riposizionamenti, scelte e orientamenti personali e professionali.
Diceva Oscar Wilde “La coerenza è l’ultimo rifugio di chi è privo di fantasia”, ma proprio in quella continua ricerca di allineamento di sè, nel dialogo interiore del nostro ‘due-in-uno’, diamo un senso al nostro quortidiano agire e pensare, parlare, incontrare le persone e le scelte.
La donna è mobile… e l’uomo pure aggiungerei, se possiamo concedere a noi stessi di cambiare idea e posizione, pur restando fedeli al nostro senso di unità nel perenne dialogo solitario di crescita e consapevolezza.